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 RESURREZIONE O REINCARNAZIONE?

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MessaggioTitolo: RESURREZIONE O REINCARNAZIONE?   Lun Apr 05, 2010 3:28 pm

RESURREZIONE O REINCARNAZIONE?

Ci possiamo stupire nel vedere un numero sempre crescente di cristiani che, influenzati dalle filosofie dell'estremo Oriente, si lasciano catturare, in
ogni senso, dalla tesi della reincarnazione e , nella maggioranza dei casi, per pura ignoranza della Verità.

TEMPO ED ETERNITA'

Il sistema della reincarnazione vorrebbe ricalcare il senso dell'eternità mediante una "specie di moto perpetuo nel tempo". Si è inghiottiti nella spirale d'un tempo ciclico.
Per la Bibbia, invece, la storia è sostanzialmente lineare poiché, partendo da un inizio assoluto, tende verso una fine precisa, consistente nella Gloria di
Cristo e nella trasfigurazione del mondo presente. Allo stesso modo, la vita di ciascuno si prepara a sfociare nell'eternità. Per questo, ogni istante della mia vita è unico e si ripercuote su quello della mia morte: moriamo come siamo vissuti.
Ogni istante mi viene dato perché io lo investa in amore, ossia in eternità. Solo l'amore sfonda la barriera della morte, essendo la misura della mia felicità eterna.
Ma se potessi proseguire la mia evoluzione spirituale in altre vite, allora il tempo ne risulterebbe svalutato, senza più spessore. Si relativizzerebbe tutta
la mia esistenza, che sarebbe una vita tra infinite altre, e perderei, di fatto, il senso profondo della responsabilità nei suoi confronti, verso questa mia vita che mi fu affidata perché potessi generare, giorno dopo giorno, la mia gloria eterna. Ne risulterebbe pure falsato il senso cristiano della morte, la quale non sarebbe più l'incontro definitivo col Signore, un abbandono fiducioso tra le sue braccia, una nascita, forse dolorosa, ma senz'altro liberante, alla vita.
Con la reincarnazione, la morte rimane un tentativo d'entrare nel paradiso, tentativo che fallisco e che dovrei ripetere chissà quante volte prima di avere successo.

PURIFICAZIONE E LIBERTA'

Lo scopo di queste esistenze reiterate sarebbe quello di riuscire a purificarmi, appunto per poter finalmente uscire dal ciclo delle mie successive morti e rinascite. Certo, ognuno deve purificarsi. Per questo Dio ha inventato quel capolavoro della sua misericordia (che male rendiamo col termine di purgatorio), per non sbarrare l'accesso al suo regno a chi non ne è degno.
Il purgatorio non è tanto un tempo o un luogo, quanto uno stato in cui l'amore e il desiderio bruciano tutte le scorie che le prove di questa vita non hanno
saputo eliminare.
E' uno stato d'incandescente speranza, poiché la certezza di vedere Dio è assoluta, come non poteva essere durante il tribolato cammino della nostra vita. Dà un senso di scoramento incontrarsi con cristiani che sostengono categoricamente la metempsicosi mentre negano l'esistenza del purgatorio.
Ma tutta la questione riguarda la stessa nozione d'evoluzione e di purificazione. La legge del Karma sancisce l'autoretribuzione delle azioni.
Le nostre azioni, con ferreo determinismo, generano la nostra condizione futura.
La vita che stiamo vivendo è il prodotto delle nostre precedenti esistenze; a loro volta, le nostre azioni e dai nostri pensieri attuali. Siamo completamente
vincolati, implacabilmente condizionati. Per spezzare questo cerchio infernale, è necessario continuare la nostra purificazione in una nuova esistenza; ma ogni nuova vita rischia d'ipotecare ancora di più questa liberazione finale.
Se le nostre azioni "si trasmettono di vita in vita", se la nostra attuale esistenza è determinata da vite precedenti, nel bene e nel male, che ci rimane allora di quella libertà che Dio ci ha dato e continuamente rispetta? In fondo, se le cose stessero così, ci ridurremmo a delle marionette, burattini teleguidati da azioni lontane delle quali non abbiamo nemmeno coscienza, eterna schiavitù di azioni sconosciute...
Come può un cristiano lasciarsi ingannare così, quando Cristo ha fatto saltare ogni determinismo facendoci dono di una libertà filiale e regale?

SPERANZA E GIUSTIZIA

Spesso si fa ricorso alla metempsicosi per spiegare le ingiustizie della vita.
Ma allora, per essere logici, si dovrebbe dire che quanti soffrono non fanno che espiare colpe passate: si cadrebbe così nella peggiore ingiustizia nei loro confronti.
Parallelamente, benessere e gioie della vita, di cui altri godono, sarebbero la ricompensa d'una precedente vita virtuosa. Ma come spiegare, allora, il fatto che questi "fortunati" non s'identifichino affatto con gli uomini migliori? Pertanto, si starebbero preparando ad una successiva vita di povertà, a purificazione degli eccessi causati dai beni che attualmente godono! Non si fa altro che accumulare contraddizioni su contraddizioni... In realtà, caratteristica fondamentale dell'India è il convincimento che ciascuno è condannato a ripetere all'infinito questa esperienza, poiché le reincarnazioni si succedono senza inizio né fine, fino al momento in cui non interviene la liberazione. In questo modo, la prova della miseria umana sembra sottoposta a un "coefficiente transfinito".
Non c'è più traccia di speranza!


MISERICORDIA E TECNICHE

Ma perché nella fede nella reincarnazione la libertà salta e la speranza è distrutta fin nelle sue radici?
Perché un tale sistema non recepisce assolutamente la misericordia. Per quale strada, infatti, potrebbe arrivare il perdono creatore di Dio se "sempre
le nostre azioni ci seguono senza mai abbandonarci", se la retribuzione è rigidamente immanente?
Non c'è bisogno di nessun perdono quando il peccato è ridotto a pura ignoranza che impedisce all'uomo di realizzare la propria identità con tutte le cose. Nessun bisogno di misericordia quando, di rinascita in rinascita, si espiano le proprie colpe senza interventi esterni.
Si può, ad ultimo conquistare la "moksha", la salvezza, ma con le sole proprie forze; a forza di autocontrollo, di autodisciplina, ci si può realizzare, diventare se stessi, ma solo da se stessi. Di qui la facile confusione tra padronanza di sé, perfezione morale e santità.
Siffatta ricerca d'autonomia spirituale si pone in flagrante contraddizione con quell'aspetto fondamentale dell'evangelo che si chiama spirito d'infanzia e che ci porta ad abbandonarci a Dio nella povertà del cuore, a contare solo su di Lui in ogni occasione.
E' possibile intravedere, in questi metodi di autocontrollo, una forma raffinata di pelagianesimo, una specie di fiducia nelle proprie possibilità che dà sempre la palma del primato all'uomo e, conseguentemente, ne distrugge la libertà profonda in quanto quest'ultima può realizzarsi solo all'interno della misericordia.
D'altra parte, l'acquisizione d'una tecnica può facilmente degradare in una forma di "ricchezza", di possesso. Il dominio su se stessi può, infatti, aprire la porta a un certo spirito di dominio sugli altri. Fare di tali tecniche itinerari privilegiati della preghiera, equivale ad escludere da quest'ultima i più deboli, i più poveri.
Solo una certa élite culturale può permettersi lo YOGA o lo ZEN, mentre lo Spirito offre la preghiera del Figlio alla povera gente. In questo campo i soli privilegiati sono i poveri per i quali Gesù trasale di gioia.
Il discepolo di Gesù, infine, trova la sua stessa fonte solo nell'abbeverarsi a quella di Dio, ossia un cuore d'uomo, squarciato per amore. Non può più, pertanto, corazzarsi contro la sofferenza o contro la propria debolezza, ossia contro se stesso. Il suo dolore vi trova un volto, quello di Gesù; la sua debolezza vi riceve delle mani per servire i propri fratelli. Il discepolo di Gesù rifiuterà ogni tecnica che anestetizzi la croce, che renda tetragoni all'amore, poiché nulla fa soffrire quanto amare.
Chi ha cento modi di amare, ha cento modi di soffrire. Chi non ha amore, non ha nemmeno dolore. Rifiutare la propria sofferenza significa chiudersi emotivamente all'amore.
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