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 Origene di Alessandria - Filosofo

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MessaggioTitolo: Origene di Alessandria - Filosofo   Mer Set 14, 2011 1:46 pm

Origene di Alessandria



Origène Adamanzio, greco (Origénes); latino Origenes Adamantius, raramente Horigenes (Alessandria d'Egitto, 185 – Tiro, 254), è stato un teologo, scrittore e catechista greco antico.
È considerato uno tra i principali scrittori e teologi cristiani nei primi tre secoli. Di famiglia greca, si formò alla scuola catechetica di Alessandria d'Egitto (Didaskaleion).

Biografia

Origene fu un grande filosofo cristiano e scrisse molti testi di natura teologica, anche se, per umiltà, non alluse quasi mai a se stesso nelle sue opere. Tuttavia, Eusebio di Cesarea gli dedicò quasi l'intero sesto libro dell'Storia ecclesiastica, inoltre, in collaborazione con Panfilo di Cesarea compose l'"Apologia per Origene"; tale opera, che pure ai suoi tempi poteva essere considerata di parte, dimostra tuttavia che Eusebio era ben informato sui dettagli della vita e del pensiero di Origene. Delle sue opere si trovano tracce anche nelle opere di Gregorio Taumaturgo, nelle controversie tra Sofronio Eusebio Girolamo e Tirannio Rufino, in Epifanio di Salamina (Haereses, LXIV) ed in Fozio I di Costantinopoli (Bibliotheca Cod. 118).

Origene ad Alessandria (185-232)

Nacque probabilmente ad Alessandria d'Egitto nel 185 da genitori cristiani di lingua greca. Origene era appena un diciassettenne quando, nel 202, la persecuzione di Settimio Severo si abbatté sulla Chiesa di Alessandria. Quando suo padre, Leonida, fu gettato in prigione, Origene avrebbe voluto condividere il suo destino, ma non fu in grado di farlo, poiché sua madre gli aveva nascosto gli abiti, pertanto riuscì solamente a scrivere una lettera ardente ed entusiastica a suo padre, con la quale lo esortava a perseverare coraggiosamente nella sua scelta. Quando Leonida patì il martirio e le sue fortune vennero confiscate dalle autorità imperiali, il ragazzo lavorò duramente per sostenere sua madre ed i suoi sei fratelli più giovani. Riuscì ad adempiere a questo gravoso compito diventando insegnante, vendendo i suoi manoscritti, e grazie al generoso aiuto di una ricca signora che ammirava il suo talento. Poco tempo dopo, alla fuga di Clemente in Cappadocia, assunse, di comune accordo con lui, la direzione della scuola catechetica, e l'anno seguente fu confermato nel suo ufficio dal patriarca Demetrio (Eusebio, Historia ecclesiastica, VI, II; Girolamo, De viris illustribus, LIV). La scuola di Origene, che era frequentata anche da pagani, presto divenne un asilo per neofiti, confessori e martiri. Tra questi ultimi: Basilide, Potamiena, Plutarco, Sereno, Eraclide, Erone, un altro Sereno, ed una catecumena, Herais (Eusebio, Hist. eccl., VI, IV). Origene li accompagnò al martirio incoraggiandoli con le sue esortazioni. Nonostante avesse iniziato ad insegnare ad un'età così giovane, riconobbe la necessità di completare la sua istruzione. Frequentando le scuole filosofiche, specialmente quella di Ammonio Sacca, che fu anche maestro di Plotino, si dedicò allo studio dei filosofi, in particolare di Platone e degli Stoici. In questo non faceva altro che seguire le orme dei suoi predecessori Panteno e Clemente, e di Eraclio, che gli sarebbe succeduto. In seguito, quando quest'ultimo mise a disposizione della scuola catechetica le sue opere, imparò l'ebraico, e si mise in contatto con alcuni ebrei che lo aiutarono a risolvere alcuni suoi dubbi. Verso il 210 il suo estremo rigore ascetico, spinto dalla lettura di un passo di Matteo, «e vi sono eunuchi che si sono fatti eunuchi da se stessi, per il regno dei cieli» (19,12), lo portò ad autoevirarsi. Secondo alcuni autori, per questa automutilazione il vescovo Demetrio non lo volle mai ordinare sacerdote.
Il corso dei suoi lavori ad Alessandria fu interrotto da cinque viaggi. Intorno al 213, sotto Papa Zefirino e l'imperatore Caracalla, desiderò vedere "l'antichissima Chiesa di Roma", ma non vi rimase a lungo (Eusebio, Storia ecclesiastica, VI, XIV). Poco dopo fu invitato dal governatore d'Arabia, che era desideroso di incontrarlo (VI, XIX). Fu probabilmente nel 215 o 216, quando la persecuzione di Caracalla imperversava in Egitto, che visitò la Palestina, dove Teoctisto di Cesarea ed Alessandro di Gerusalemme, lo invitarono a predicare nonostante fosse ancora un laico. Verso il 218 l'imperatrice Mammea, madre di Alessandro Severo lo portò ad Antiochia (VI, XXI). Finalmente, molto più tardi, sotto Ponziano di Roma e Zebino di Antiochia (Eusebio, VI, XXIII), si recò in Grecia. Al suo passaggio a Cesarea, Teoctisto[2], vescovo di quella città, assistito da Alessandro, vescovo di Gerusalemme, lo consacrò sacerdote. Demetrio, nonostante avesse fornito Origene di lettere di accredito, fu offeso moltissimo da questa ordinazione che aveva avuto luogo senza che ne fosse a conoscenza e, come pensava, in deroga ai suoi privilegi. Se si deve dar retta ad Eusebio (VI, VIII), quest'ultimo era invidioso della crescente influenza del suo catechista. Al suo ritorno ad Alessandria, Origene percepì presto l'ostilità del suo vescovo, intuì la bufera che si stava addensando e lasciò l'Egitto (231). I dettagli di questa vicenda furono riportati da Eusebio nel secondo libro perduto dell' Apologia per Origene; secondo Fozio che aveva letto l'opera, furono convocati ad Alessandria due concili, il primo di questi esiliò Origene, mentre l'altro lo depose dal sacerdozio (Bibliotheca Cod. 118). Girolamo, comunque, affermava espressamente che non fu condannato per alcun punto della sua dottrina.

Origene si rifugia a Cesarea (232-254)

Espulso da Alessandria, Origene fissò la sua dimora a Cesarea in Palestina (232), dove, insieme al suo protettore ed amico Teoctisto, fondò una nuova scuola, e ricominciò il suo Commentario su San Giovanni dal punto in cui era stato interrotto. Presto fu nuovamente circondato di discepoli. Il più famoso di questi fu, sicuramente, Gregorio Taumaturgo, che, insieme a suo fratello Apollodoro, seguì i corsi di Origene per cinque anni. Durante la persecuzione di Massimino il Trace (235-237), Origene si recò presso il suo amico Firmiliano, vescovo di Cesarea in Cappadocia, che lo trattenne per un lungo periodo. In questa occasione, fu ospitato da una signora cristiana chiamata Giuliana, che aveva ereditato gli scritti di Simmaco l'Ebionita, un traduttore dell'Antico Testamento (Palladio, Hist. Laus., 147). Gli anni successivi furono dedicati quasi ininterrottamente alla composizione dei "Commentari". Eusebio fa menzione solamente di alcune escursioni sui luoghi santi, di un viaggio ad Atene (Eusebio, VI il XXXII), e di due viaggi in Arabia, uno dei quali (244) fu intrapreso per la conversione di Berillo di Bostra, un patripassiano (Eusebio, VI, XXXIII; Girolamo, De viris illustribus, LX), l'altro per confutare certi eretici che negavano la Risurrezione (Eusebio, Storia ecclesiastica, VI, XXXVII). L'età non ne diminuì le attività: quando scrisse il Contra Celsum ed il "Commentario su San Matteo" aveva 60 anni. La persecuzione di Decio (250) gli impedì dal continuare questi lavori. Origene fu imprigionato e barbaramente torturato, ma il suo coraggio non venne meno nella sua prigionia, da dove scrisse lettere che trasmettono lo spirito dei martiri (Eusebio, Historia ecclesiastica, VI, XXXIX). Alla morte di Decio (251), Origene era ancora vivo, ma non gli sopravvisse per molto. Morì, probabilmente, per le sofferenze patite durante la persecuzione nel 253 o nel 254, all'età di 69 anni (Eusebio, Historia ecclesiastica, VII, I). Passò i suoi ultimi giorni a Tiro, sebbene la ragione per cui si ritirò là è ignota. Fu sepolto con tutti gli onori come confessore della Fede. Per molto tempo il suo sepolcro, dietro l'altare maggiore della cattedrale di Tiro fu meta di pellegrinaggio. Oggi, poiché della cattedrale restano solo un cumulo di rovine, l'ubicazione esatta della sua tomba è ignota.

Opere

Pochi autori furono fecondi come Origene. Epifanio stimava in 6.000 il numero delle sue opere, sicuramente considerando separatamente i diversi libri di un'unica opera, le omelie, le lettere, ed i suoi più piccoli trattati (Haereses, LXIV, LXIII). Questa cifra, pur riportata da molti scrittori ecclesiastici sembra, tuttavia, grandemente esagerata. Girolamo assicurava che l'elenco delle opere di Origene steso da Panfilo non contenesse più di 2.000 titoli (Contra Rufinum, II, XXII; III, XXIII); ma questo elenco era evidentemente incompleto.

Scritti esegetici

Origene dedicò tre generi di scritti all'interpretazione delle Sacre Scritture: commentari, omelie, e scholia (San Girolamo, Prologus interpret. homiliar. Orig. in Ezechiel).

I commentari (tomoi, libri, volumina) sono una approfondita interpretazione del testo sacro. Un'idea della loro estensione si può avere dal fatto che le parole di Giovanni: «All'inizio era il Verbo», fornirono materiale per un intero rotolo. Di questi sopravvivono, in greco, solamente otto libri del Commentario su San Matteo, e nove libri del Commentario su San Giovanni; in latino, una traduzione anonima del Commentario su San Matteo che comincia con il capitolo XVI, tre libri e mezzo del Commentario sul Cantico dei Cantici tradotto da Tirannio Rufino, ed un compendio del Commentario sulla Lettera ai Romani dello stesso traduttore.
Le Omelie (homiliai, homiliae, tractatus) sono discorsi pubblici sui testi delle Sacre scritture, spesso estemporanee e registrate così come veniva dagli stenografi. L'elenco è lungo ed indubbiamente doveva essere più lungo se era vero che Origene, come Panfilo dichiarava nella sua Apologia, predicava pressoché ogni giorno. Ne rimangono 21 in greco (venti sul Libro di Geremia, più la celebre omelia sulla Strega di Endor); mentre in latino ne sopravvivono 118 tradotte da Rufino, 78 tradotte da san Girolamo ed alcune altre di dubbia autenticità, conservate in una raccolta di omelie. Il Tractatus Origenis recentemente scoperto non è opera di Origene, sebbene si avvalga dei suoi scritti. Origene fu chiamato padre dell'omelia perché fu colui che maggiormente rese popolare questo tipo di letteratura, nella quale si trovano così tanti istruttivi dettagli sui costumi della Chiesa primitiva, sulle sue istituzioni, sulla disciplina, sulla liturgia, e sui sacramenti.
Gli scholia (scholia, excerpta, commaticum interpretandi genus) sono note esegetiche, filologiche, o storiche su parole o brani della Bibbia, come le annotazioni dei grammatici alessandrini in calce agli scrittori profani. A parte pochi brevi frammenti sono tutti perduti.

Opere dottrinali

Tra di esse possono essere annoverate:

De principiis in una traduzione latina di Rufino e nelle citazioni della Philocalia, che potrebbe contenere circa un sesto dell'opera. Il De principiis fu composto ad Alessandria, e sembra, arrivò nelle mani del pubblico prima del suo completamento; l'opera tratta, in successione, nei suoi quattro libri, lasciando spazio a numerose digressioni, di: (a) Dio e la Trinità, (b) il mondo e la sua relazione con Dio, (c) l'uomo ed il libero arbitrio, (d) le Sacre scritture, la loro ispirazione ed interpretazione. Il trattato contiene la teologia "platonica" di Origene, che causò, per la sua arditezza, varie polemiche in ambito greco e latino.
Sulla preghiera, un opuscolum giuntoci per intero nella sua forma originale, che fu inviato da Origene al suo amico Ambrogio, che in seguito sarebbe stato imprigionato a causa della Fede.

Opere apologetiche

Tra esse ricordiamo:

Contra Celsum. Negli otto libri dell'opera, Origene segue il suo avversario, il filosofo neoplatonico Celso, punto su punto, confutando dettagliatamente in ognuna delle sue affermazioni. È un modello di ragionamento, erudizione ed onesta polemica. L'opera ci permette di ricostruire nel dettaglio il pensiero di quel filosofo pagano. Origene scelse, dunque, un tipo di apologia seriamente costruita, che investiva i vari aspetti del rapporto tra paganesimo e cristianesimo, non escluso quello politico: l'autore affermava quell'autonomia della religione dal potere che sarà poi sviluppata con decisione da Ambrogio da Milano in ambito latino.
Esortazione al martirio, un opuscolum giuntoci per intero nella sua forma originale, che fu inviato da Origene al suo amico Ambrogio, che in seguito sarebbe stato imprigionato a causa della Fede.

Opere filologiche

Il merito più importante di Origene fu quello di iniziare lo studio filologico del testo biblico nella scuola di Cesarea. Tale tecnica avrebbe, in seguito, influenzato anche Girolamo.

Il prodotto di tale attività furono gli Exapla, una vera e propria edizione critica della Bibbia redatta per offrire alle varie comunità un testo unitario ed attendibile, con un metodo non dissimile da quello filologico ellenistico (cui si richiamava anche per i segni con cui si indicavano parti notevoli o difficili del testo). Il titolo dell'opera indica le "sei versioni" del testo disposte su sei colonne:

testo ebraico originale;
Testo ebraico traslitterato in greco (per facilitarne la comprensione, visto che l'ebraico non ha vocali almeno fino al VII secolo ed è perciò poco comprensibile);
Traduzione greca di Aquila (età di Publio Elio Traiano Adriano, estremamente fedele all'originale);
Traduzione greca di Simmaco l'Ebionita;
Traduzione dei Settanta;
Traduzione greca di Teodozione.

Nel caso dei Salmi, l'edizione diventava un Oktapla, cioè presentava altre due colonne con altrettante traduzioni supplementari. Vista la mole dell'opera, essa era disponibile in un solo esemplare ed era un lavoro di scuola a cui Origene fece da sovrintendente. Purtroppo di questo lavoro esistono pochissimi frammenti, ma, grazie a scrittori successivi, se ne conosce il piano.

Epistole

Siamo in possesso di sole due lettere di Origene: una indirizzata a Gregorio Taumaturgo sulle Sacre scritture, l'altra a Giulio Africano sulle aggiunte greche al Libro di Daniele. Delle altre lettere origeniane si conservano estratti e citazioni in autori come Eusebio, Girolamo e Rufino, che restituiscono, sia pure parzialmente, le difficili condizioni in cui l'autore si trovava ad operare.

Influenza di Origene

Durante la sua vita, Origene con i suoi scritti, i suoi insegnamenti, ed i rapporti interpersonali esercitò un'enorme influenza. Firmiliano di Cesarea, che si considerava suo discepolo lo fece rimanere con lui per un lungo periodo per trarre profitto dalla sua cultura (Eusebio, Historia ecclesiastica, VI, XXVI; Palladio, Hist. Laus., 147). Alessandro di Gerusalemme, suo allievo alla scuola catechetica era suo fedele ed intimo amico (Eusebio, VI XIV), così come Teotisto di Caesarea in Palestina che lo ordinò (Fozio, Cod. 118). Berillo di Bostra che aveva redento dall'eresia, gli fu profondamente legato (Eusebio, VI, XXXIII; Girolamo, De viris illustribus, LX). Anatolio di Laodicea tessette le sue lodi nel Carmen Paschale (P. G., X 210). Il dotto Giulio Africano lo consultò e se ne conosce la replica di Origene (P. G., XI 41-85). Ippolito di Roma apprezzò grandemente il suo valore (Girolamo, De viris illustribus, LXI). Dionisio di Alessandria, suo alunno e successore alla scuola catechetica, quando divenne patriarca di Alessandria gli dedicò il trattato "Sulla Persecuzione" (Eusebio, VI il XLVI) e, alla notizia della sua morte, scrisse una lettera infarcita dei suoi encomi (Fozio, Cod. 232). Gregorio Taumaturgo, che fu suo allievo per cinque anni a Cesarea, prima di andarsene, gli dedicò un entusiasta panegirico. Non c'è prova che Eracle, suo discepolo, collega, e successore alla scuola catechetica, prima di essere elevato al Patriarcato di Alessandria, vacillasse nella sua amicizia. Il nome di Origene era così stimato che quando si doveva por fine ad uno scisma o sbaragliare un'eresia, veniva fatto appello a lui.
Dopo la morte, la sua reputazione continuò a crescere. Panfilo, martirizzato nel 307, compose, insieme ad Eusebio, una "Apologia di Origene" in sei libri, dei quali, solo il primo è stato conservato in una traduzione latina da Rufino (P. G., XVII 541-616). Origene, a quei tempi, aveva molti altri apologisti i cui nomi ci sono ignoti (Fozio, Cod. 117 e 118). Anche i successivi direttori della scuola catechetica continuarono a seguire le sue orme. Teognosto, nel suo Hypotyposes, secondo Fozio (Cod. 106), lo seguì addirittura troppo da vicino, sebbene la sua opera fosse approvata da Atanasio di Alessandria. Girolamo, addirittura, indicava Pierio col soprannome di Origenes junior (De viris illustribus, LXXVI). Didimo il Cieco compose un'opera per spiegare e giustificare gli insegnamenti contenuti nel De principiis (Girolamo, Adv. Rufin., I, VI). Atanasio non esitava a citarlo con grandi encomi (Epist. IV ad Serapion., 9 e 10) e spiegava che lui doveva essere interpretato non letteralmente (De decretis Nic., 27).
L'ammirazione per il grande alessandrino non fu inferiore fuori dall'Egitto. Gregorio Nazianzeno fece da grancassa per il suo pensiero (Suidas, Lexicon, ed. Bernhardy, II, 1274: Origenes he panton hemon achone): in collaborazione con Basilio Magno, pubblicò, con il titolo di Philocalia, un volume contenente brani selezionati del maestro. Nel suo "Panegirico di San Gregorio Taumaturgo", Gregorio di Nissa chiamava Origene principe della cultura cristiana del III secolo (P. G., XLVI 905). A Cesarea in Palestina l'ammirazione dei dotti per Origene divenne una passione. Panfilo scrisse la sua "Apologia"; Euzoio trascrisse le sue opere su pergamena (Girolamo, De viris illustribus, XCIII); Eusebio le catalogò attentamente e ne fece grande uso. I latini, comunque, non furono meno entusiasti dei greci. Secondo Girolamo, i principali imitatori latini di Origene furono Eusebio di Vercelli, Ilario di Poitiers, Ambrogio da Milano e Vittorino di Pettau (Girolamo, Adv. Rufin., I, II; Ad Augustin. Epist., CXII, 20). Eccetto Rufino che praticamente è solo un traduttore, Girolamo, probabilmente, è lo scrittore latino che deve di più ad Origene. Di fronte alle controversie origeniste lo ammise volentieri e non lo ripudiò mai completamente. Basta leggere i prologhi alle sue traduzioni di Origene (Omelie su San Luca, Libro di Geremia, Libro di Ezechiele ed il Cantico dei Cantici), e le prefazioni ai suoi Commentari (Libro di Michea, Lettera ai Galati e Lettera agli Efesini, ecc.).
Tra queste espressioni di ammirazione e lode, si levarono anche delle voci discordi. Metodio di Olimpo, vescovo e martire (311), compose molte opere contro Origene, fra cui un trattato Sulla Risurrezione, del quale Epifanio riporta un lungo estratto (Haereses, LXVI, XII-LXII). Eustazio di Antiochia, che morì in esilio intorno al 337, criticò il suo allegorismo (P. G., XVIII 613-673). Anche Alessandro di Alessandria, martirizzato nel 311, lo attaccò, se si deve dar credito a Leonzio di Bisanzio ed all'imperatore Giustiniano I. Ma i suoi avversari più accaniti furono gli eretici: Sabelliani, Ariani, Pelagiani, Nestoriani, Apollinaristi.

Dottrina

Le speculazioni filosofiche del grande direttore del Didaskaleion lo esposero a feroci critiche e condanne, soprattutto dal IV secolo in poi. Tuttavia, egli, nella prefazione al De principiis, scrisse una regola, così formulata nella traduzione di Rufino: «Illa sola credenda est veritas quae in nullo ab ecclesiastica et apostolica discordat traditione». Pressoché la stessa norma viene espressa in termini equivalenti in molti altri passaggi dell'opera: «non debemus credere nisi quemadmodum per successionem Ecclesiae Dei tradiderunt nobis» (In Matt., ser. 46, Migne, XIII 1667). In base a questi principi, Origene si appellava continuamente alla preghiera ecclesiastica, all'insegnamento ecclesiastico, e alla regola ecclesiastica della fede (kanon). Egli accettava solamente i quattro Vangeli Canonici perché la tradizione non ne ammetteva altri; sosteneva la necessità del battesimo perché era concorde con la pratica della Chiesa fondata sulla tradizione Apostolica; avvertiva coloro che interpretavano le Sacre scritture, di non fare affidamento sul proprio giudizio ma "sulla regola della Chiesa istituita da Cristo". Per questo, aggiungeva, noi abbiamo solamente due luci che ci possano guidare, Cristo e la Chiesa; la Chiesa riflette fedelmente la luce ricevuta da Cristo, come la luna riflette i raggi del sole. Il segno distintivo del cattolico è l'appartenenza alla Chiesa, al di fuori della quale non c'è salvezza; al contrario, colui che abbandona la Chiesa cammina nell'oscurità, è un eretico. È attraverso il principio dell'autorità che Origene era solito smascherare e combattere gli errori dottrinali ed era lo stesso principio che invocava quando enumerava i dogmi della fede. Un uomo animato da tali sentimenti può commettere errori, perché è umano, ma la sua disposizione d'animo è essenzialmente cattolica e non merita di essere enumerato fra i promotori dell'eresia.

Sulla base di tali presupposti si può iniziare ad esaminare la dottrina di Origene, basata su tre punti fondamentali:

Allegorismo nell'interpretazione delle Sacre Scritture;
Subordinazione delle Persone Divine;
Teoria delle prove successive e della salvezza finale.

Allegoria nell'interpretazione delle Sacre Scritture


I brani principali sull'ispirazione, il significato e l'interpretazione delle Sacre Scritture sono riportati in greco nei primi 15 capitoli del Philocalia. Secondo Origene, le Sacre Scritture sono ispirate, perché sono la parola e l'opera di Dio. Ma, lontano dall'essere uno strumento inerte, l'autore ispirato ha il pieno possesso delle sue facoltà, è consapevole di ciò che sta scrivendo; è libero di riferire il suo messaggio o no; non è perso in un delirio passeggero come gli oracoli pagani, poiché disagi fisici, disturbi dei sensi o perdita momentanea della ragione altro non sono che prove dell'azione degli spiriti maligni. Dato che le Sacre scritture derivano da Dio, dovrebbero avere le caratteristiche distintive dell'opera Divina: la verità, l'unità, e la pienezza. La parola di Dio non può essere falsa; pertanto non possono essere ammessi errori o contraddizioni nelle Sacre scritture (In Joan., X, III). Essendo l'autore delle Sacre Scritture unico, la Bibbia può essere considerata più un libro unico che una raccolta di libri (Philocalia, V, IV-VII), uno strumento perfettamente armonioso (Philocalia, VI, I-II). Ma la caratteristica più Divina delle Sacre Scritture è la loro pienezza: «Non c'è nelle Sacre scritture il più piccolo brano (cheraia) che non rifletta la saggezza di Dio» (Philocalia, I, XXVIII, cf. X, I). Ci sono imperfezioni nella Bibbia: antilogie, ripetizioni e discontinuità; ma queste imperfezioni divengono perfezioni poiché ci conducono all'allegoria ed al significato spirituale (Philocalia, X, I-II).
In un primo momemto, partendo dalla tricotomia platonica, Origene distingueva il corpo, l'anima, e lo spirito delle Sacre Scritture; in un secondo, seguendo una terminologia più razionale, distingueva solamente tra la lettera (corpo) e lo spirito. In realtà, l'anima, o il significato psichico, o significato morale (cioè le parti morali delle Sacre Scritture, e le applicazioni morali delle altre) gioca solamente un ruolo secondario. L'interpretazione di Origene della lettera (o corpo) è diversa da quella odierna. Oggi si indaga sul senso letterale, mentre Origene indagava in senso grammaticale, il letterale in opposizione al significato figurato. Per questo i significati che Origene legava alle parole erano diversi da quelli che attualmente vengono loro legati.
Sebbene ci avvisi che questi brani sono le eccezioni, si deve notare che Origene ammetteva troppi casi in cui le Sacre Scritture non dovevano essere interpretate letteralmente. Le due grandi regole di interpretazione stilate dal catechista di Alessandria, prese per loro stesse ed indipendentemente da interpretazioni erronee sono a prova di critica. Esse possono essere così formulate:
Le Sacre Scritture devono essere interpretate in una maniera degna di Dio, loro autore.
Il senso corporale o letterale delle Sacre Scritture non deve essere seguito quando questo comporti qualsiasi cosa impossibile, assurda o indegna di Dio.
I problemi sorgono dall'applicazione di queste regole. Origene ricorse troppo facilmente all'allegoria semplicemente per spiegare apparenti antilogie o antinomie. Considerava che alcuni resoconti o precetti della Bibbia fossero indegni di Dio se fossero stati presi alla lettera. Giustificava l'allegoria con il fatto che altrimenti alcune parti o precetti abrogati sarebbero inutili per il lettore: un fatto che gli fosse apparso contrario alla provvidenza dell'ispiratore divino e alla dignità del documento era quindi letto in questa maniera. Sebbene le critiche dirette contro il suo metodo allegorico da Epifanio e da Metodio non fossero infondate, tuttavia molti rimproveri sorgevano da malintesi.

Subordinazione delle Persone Divine

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Le tre Persone della Trinità si distinguono da tutte le altre creature per tre caratteristiche: l'assoluta immaterialità, l'onniscienza, e la sostanziale santità. Come è ben noto, molti antichi scrittori ecclesiastici attribuivano agli spiriti creati una sorta di ambiente aereo o etereo senza il quale non potevano interagire. Sebbene non prenda una decisa posizione, Origene era di questa opinione, tuttavia, non appena si poneva una domanda sulle Persone Divine, era perfettamente sicuro che non avessero un corpo e non fossero contenute in un corpo; e questa caratteristica apparteneva solamente alla Trinità (De principiis, IV, 27; I, VI, II, II, 2; II, IV 3 ecc.). La conoscenza di ogni creatura, essendo essenzialmente limitata, è imperfetta e capace di essere sempre aumentata. Ma sarebbe impensabile che le Persone Divine possano passare dallo stato d'ignoranza alla conoscenza. Come poteva il Figlio, che è la Saggezza del Padre, essere ignorante di qualsiasi cosa? ("In Joan"., 1,27; Contra Celsum, VI, XVII). Allo stesso modo non si può ammettere l'ignoranza dello Spirito che il "indaga le cose profonde di Dio" (De principiis, I, V, 4; I, VI, 2; I, VII, 3; "In Num. him"., XI, 8 ecc.). Come la sostanziale santità è privilegio esclusivo della Trinità, così è anche l'unica fonte di tutta la santità creata. Il peccato viene perdonato solo grazie all'azione simultanea di Padre, Figlio, e Spirito Santo. In una parola le tre Persone della Trinità sono indivisibili nel loro essere, nella loro presenza, e nel loro operare.
Insieme a questi testi perfettamente ortodossi ci sono alcuni che devono essere interpretati con estrema attenzione, ricordando che la lingua della teologia ancora non era perfettamente sviluppata e che Origene fu il primo ad affrontare questi spesso difficili problemi. Apparirà allora, che la subordinazione delle Persone Divine, così grandemente utilizzata contro Origene consisteva, generalmente, in differenze di attribuzioni (il Padre creatore, il Figlio redentore, lo Spirito santificatore) che sembravano assegnare alle Persone un diverso campo d'azione, o nella pratica liturgica di pregare il Padre attraverso il Figlio nello Spirito Santo, o nella teoria così diffusa all'interno della Chiesa greca dei primi cinque secoli, che il Padre aveva una preminenza (taxis) sulle altre due Persone, per il solo fatto che ordinariamente il Padre era preminente per dignità (axioma), poiché rappresentava l'intera Divinità, della quale era il principio (arché), l'origine (aitios), e la fonte (pege). Ecco perché Atanasio difendeva l'ortodossia di Origene sulla Trinità e perché Basilio e Gregorio di Nazianzo risposero agli eretici che rivendicavano l'appoggio della sua autorità che lo avevano frainteso.
Con le sue teorie, Origene propose una estensione del monismo emanazionistico di Plotino che postulava tre ipostasi a fondamento dell'universo, riconoscendo nell'Uno la persona del Padre, nel pensiero-essere la persona dello Spirito Santo(relazione di amore fra il Padre e il Figlio, fra l'Uno e la materia), e nella materia (intesa unita alla forma) il Figlio, non più come tre ipostasi degradanti ma come tre entità pari, distinte ed identiche nello stesso tempo. Tale visione rappresenta il primo tentativo di aggancio della filosofia antica al Cristianesimo.

Origine e destino degli esseri razionali

Il sistema che ne risulta non è coerente, tanto che Origene, francamente riconoscendo le contraddizioni degli elementi incompatibili che stava tentando di unire, si tirava indietro dalle conseguenze, rifiutava le conclusioni logiche, e spesso correggeva con professioni di fede ortodosse l'eterodossia delle sue speculazioni. Deve essere detto che pressoché tutti i testi dei quali si tratterà, sono contenuti nel De principiis, opera in cui l'autore si avventura su un terreno più pericoloso. Il loro sistema può essere ridotto a poche ipotesi, l'errore e il pericolo dei quali non fu riconosciuto da Origene.

Eternità della creazione

Qualunque cosa esiste fuori da Dio fu creata da Lui: il catechista di Alessandria difese sempre più energicamente questa tesi contro i filosofi pagani che ammettevano una materia non creata (De principis, II, I, 5; In Genes., I, 12, in Migne, XII, 48-9). Ma egli credeva che Dio creò dall'eternità, pertanto "è assurdo", affermava, "immaginare la natura di Dio inattiva, o la Sua bontà inefficace, o il Suo dominio senza soggetti" (De principiis, III, V, 3). Di conseguenza era costretto ad ammettere una duplice serie infinita di mondi prima e dopo il mondo attuale.

Uguaglianza originale degli Spiriti Creati

"In principio tutte le nature intellettuali furono create uguali e simili, poiché Dio non aveva motivo per crearle altrimenti" (De principiis, II, IX, 6). Le loro attuali differenze sono derivate solamente dal loro differente uso del dono del libero arbitrio. Gli spiriti creati buoni e felici si stancarono della loro felicità (op. cit., I, III, Cool e precipitarono, alcuni più, altri meno (I, VI, 2). Da quel momento si creò la gerarchia degli angeli; da quel momento nacquero anche le quattro categorie di intelletti creati: angeli, stelle (supponendo, come è probabile, che esse fossero animate, De principiis, I, VII, 3), uomini, e demoni. Ma i loro ruoli potranno essere, un giorno, cambiati; poiché ciò che il libero arbitrio ha fatto, il libero arbitrio può disfare, e solo la Trinità è essenzialmente immutabile nella bontà.

Essenza e ragion d'essere della materia

La materia esiste solamente in funzione dello spirito; se lo spirito non ne avesse bisogno, la materia non esisterebbe, poiché il suo fine non è in se stessa. Ma sembrava ad Origene - sebbene non si avventurasse in dichiarazioni di tal fatta - che gli spiriti creati, anche quelli più perfetti non potevano fare a meno di una materia, estremamente diluita e sottile, che gli serviva come veicolo e mezzo d'azione (De principiis, II, II, 1; I, VI, 4 ecc.). La materia, perciò, fu creata insieme allo spirito, anche se lo spirito è, logicamente, precedente; e la materia non cesserà mai di esistere perché lo spirito, comunque perfetto, ne avrà sempre bisogno. Ma la materia, che è suscettibile di trasformazioni infinite si adatta alle diverse condizioni degli spiriti. "Quando è funzionale agli spiriti più imperfetti, si solidifica, si addensa, e forma i corpi del mondo visibile. Se è funzionale ad intelligenze superiori, splende con la luminosità dei corpi celesti e serve da abbigliamento per gli angeli di Dio, ed i bambini della Risurrezione" (op. cit., II, II, 2).

Universalità della Redenzione e la Salvezza Finale

Certi testi delle Scritture (es.: I Cor. xv, 25-28) sembrano estendere a tutti gli esseri razionali il beneficio della Redenzione, ed Origene si concede di essere condotto anche dal principio filosofico che enunciò molte volte, senza mai provarlo, che la fine è sempre come l'inizio: "Noi pensiamo che la bontà di Dio, attraverso la mediazione di Cristo, porterà tutte le creature ad una stessa fine" (De principiis, I, VI, 1-3). La salvezza universale (apokatastasis), necessariamente, discende da questi principi.



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Origene di Alessandria - Filosofo
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